L'acqua: un bene, una risorsa, una merce. Sono diversi i sostantivi che definiscono questa parola nella nostra lingua. Ma perché questi termini? Perché riflettono la concezione stessa che la nostra cultura riserva a questo elemento: l'acqua, come viene denunciato ormai a gran voce, è diventata una vera e propria merce, al pari del petrolio, motivo di guerre e oggetto di forti interessi economici in qualsiasi parte del globo.
E' ormai considerata un bene prezioso, il cosiddetto Oro Blu, anche a causa del diffuso timore di un suo futuro esaurimento. Si parla apertamente di una crisi idrica che in diversi modi colpisce la Terra. I più recenti documenti redatti dall'Organizzazione delle Nazioni Unite, tuttavia, chiariscono un aspetto importante: l'acqua non si sta esaurendo, come molti credono. La crisi idrica cui è sottoposto il pianeta non deriva da un'assoluta scarsità di questo elemento: infatti la quantità d'acqua dolce disponibile oggi all'uomo è più che sufficiente a soddisfare le sue diverse esigenze, anche se non illimitata. Si dovrebbe parlare, più che altro, di una "insicurezza idrica" che oggi minaccia lo sviluppo umano di una gran parte della popolazione sulla Terra: un miliardo di persone non ha accesso ad acqua pulita e 2,6 miliardi non usufruiscono di servizi igienici.
Tale insicurezza trova le sue cause in una disomogenea distribuzione dell'acqua sulla superficie terrestre e, in seconda istanza, nei sistemi di governance, ossia nelle politiche di gestione della risorsa che determinano chi può avere accesso all'acqua e ai servizi sanitari. Tali sistemi si basano sui governi, sulle comunità locali, sugli attori privati e sulla società civile. Da questi dipendono quindi la salute, la sicurezza alimentare, lo sviluppo economico e la conservazione degli ecosistemi di un paese. L'atteggiamento allarmistico che deriva dal timore di un esaurimento dell'acqua sulla superficie terrestre, tuttavia, giustifica l'attuale schizofrenica corsa all'accaparramento di acqua da parte dei grandi attori politici e delle multinazionali del settore attraverso un meccanismo che impedisce qualsiasi logica di condivisione e di distribuzione dell'acqua tra i vari popoli e paesi. Sembra difficile credere e condividere che l'acqua sia di tutti e per tutti. L'acqua è patrimonio universale, un bene pubblico, destinato a tutti gli esseri viventi: un diritto umano che dovrebbe essere riconosciuto all'unanimità a livello internazionale. L'acqua è fonte di vita, ma allo stesso tempo limitata: un uso non sostenibile della risorsa può portare al suo esaurimento. Nessuno ha il diritto di distruggerla, abusarne ed inquinarla: da qui deriva la visione sociale dell'acqua, che si basa sui principi di equità e sostenibilità ancora difesi strenuamente da alcune culture, a differenza di quanto la nostra società oggi ci insegna a fare.
Prima tra tutte la cultura andine costituisce un esempio di grande valore in termini di tutela dell'acqua come patrimonio universale: in particolare la cosmovisione andina, ossia quell'insieme di norme, tradizioni, credenze e valori che regolano la vita all'interno della società dei popoli che storicamente si sono insediati nel difficile territorio delle Ande, nell'America del Sud. Si tratta di culture (come quella Tiwanaku, la Huari, quella Aymara e Quechua) caratterizzate da elementi molto simili tra loro, ma allo stesso tempo da differenze rilevanti, come risultato dei diversi movimenti migratori che hanno interessato la regione, così come delle sue stesse caratteristiche naturali e geografiche. Tutti i diversi gruppi etnici insediati in quest'area hanno infatti dovuto cercare soluzioni simili relative al medesimo ostacolo, rappresentato dalla catena montuosa della Ande. Questa condizione ha favorito contatti, scambi, spostamenti e creato le basi per lo sviluppo di una cultura comune.
Nella cosmovisione andina il mondo viene immaginato come un'entità viva, una totalità che include ogni essere vivente: si tratta di uno spazio in cui non è contemplato il singolo, la parte separata. Tale concezione riflette la struttura della terra stessa, costituita dal suolo, dall'acqua, dall'aria, dagli uomini, dagli animali e dalle piante che formano un unico elemento. Ogni componente, poi, è animato: nulla è inerte nel mondo, la vita continua a riprodursi e a cessare in senso dinamico. Ad ogni elemento della natura è riservato un culto particolare, poiché la stessa natura è sacra. La madre terra è sacra, la cosiddetta pachamama, identificata con i campi coltivati e la fertilità del suolo. Sono sacri i monti, chiamati Apus o Achachilas, le stelle, il sole, la luna, le pietre, i morti, l'acqua, gli animali (come il lama) e le piante (come la coca).
La cosmovisione andina è quindi costruita sulla relazione esistente tra l'uomo e la natura: il primo è parte integrante della seconda, da cui, insieme a tutti gli esseri dotati di vita, non può essere separato. La società si divide in ayllu, l'unità sociale all'interno della quale si sviluppano le relazioni di dialogo e di reciprocità tra gli esseri viventi, struttura che definisce i rapporti esistenti tra i diversi elementi che ne fanno parte. Nel mondo andino, pertanto, ogni essere vivente appartiene ad un gruppo, ad una collettività che garantisce un senso all'esistenza di ognuno: il singolo (e di conseguenza la comunità) ha necessariamente bisogno dell'altro per sopravvivere, poiché dialogo e reciprocità stanno alla base di tale società. Da tali premesse risulta evidente come anche l'acqua faccia parte di questa collettività e, come tale, non possa essere dominata da un altro elemento, l'uomo, anch'esso parte dell'ayllu: l'acqua è considerata un essere vivo dotato di un proprio carattere e di diversi stati d'animo, in alcuni momenti può essere generosa e abbondante nelle sue donazioni all'uomo, in altri può risultare, invece, capricciosa ed avara. Per questa sua natura è necessario rispettarla e riservarle cure ed attenzioni, stabilendo un dialogo ed impostando una relazione armoniosa con essa, attraverso diversi rituali che servono a invocare o tenere lontano le piogge, le gelate, o la grandine.
L'acqua è un elemento integrante della comunità degli esseri viventi, che include gli esseri umani, gli elementi naturali e spirituali. L'acqua, quindi, è uno degli elementi costituenti il mondo naturale, a sua volta composto dalle comunità di wakas, sallqa e runa, e proprio in ragione di ciò mai può essere considerata proprietà individuale. Nella società andina, infatti, il diritto all'acqua si basa sempre su un diritto collettivo, secondo cui la risorsa non è riservata alle sole persone, ma anche alla terra e a tutti gli esseri viventi, per cui tutti devono disporre della medesima quantità. Non può essere considerata una merce, un bene commerciabile come accade nella cultura occidentale consumistica: per la popolazione andina l'acqua appartiene alla terra, a tutti gli esseri viventi, non solo agli uomini. E' inconcepibile che una società si impossessi di questa risorsa e che la commercializzi con l'obiettivo di ottenere un profitto esclusivo. Risulta dunque evidente come la gestione idrica nel pensiero andino sia concepita in forma sostenibile: l'acqua viene distribuita in base alle necessità, alle tradizioni, alle leggi della comunità e alla disponibilità. L'uomo andino rispetta la natura attraverso un sistema di etica sociale ed ecologica, senza imporre la sua legge, ma ascoltando ed adattandosi alla stessa. Una visione, dunque, decisamente lontana dal pensiero occidentale che non conosce questo atteggiamento rispettoso tipico invece della cultura andina. Si tratta del rispetto per l'acqua come entità viva che si traduce, a sua volta, in rispetto per la terra e per la comunità intera. La natura non è al servizio dell'uomo, nonostante le politiche economiche internazionali continuino ad ignorare questa verità. Gli sforzi dei movimenti sociali degli ultimi anni mirano all'adozione di un'etica dell'acqua e ad una nuova cultura sostenibile della risorsa, invitando i governi e le autorità a procedere in questa direzione.
Una delle chiavi per la risoluzione del problema idrico a livello globale sta proprio nell'assunzione di un atteggiamento di rispetto e nella promozione di un'etica dell'acqua che si diffonda a livello internazionale, secondo la quale la gestione della risorsa deve diventare una responsabilità sociale della comunità e non affare di pochi: tutte le forze devono unirsi nella ricerca di una soluzione attraverso un approccio partecipativo. Proprio ciò che viene promosso dalla cosmovisione andina.
Di Eleonora Simeone


