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Gli Achuar e l'equilibrio della foresta


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Bonna con bambinoVissuti in un isolamento quasi surreale, gli Achuar hanno saputo conservare per millenni il delicato equilibrio della foresta. Oggi l'incontro con la modernità lo sta seriamente mettendo a rischio. Dal mese di dicembre ACRA lavora con le comunità della Provincia di Morona, Santiago e Pastaza in Ecuador, per introdurre piani di gestione comunitari delle risorse naturali.

Andrea Rutigliano, responsabile del progetto, ci racconta, con parole e immagini, l'incontro con le comunità Achuar, depositarie di una cultura che per tanto tempo ci è sfuggita. Gli anziani raccontano che un tempo, quando si andava a caccia, in un'ora si tornava con due scimmie, adesso un giorno non basta più. Oggi per abbattere una palma ungurahua e farvi crescere le grasse larve del puntish, bisogna percorrere qualche chilometro in più, è assodato. Sono avvisaglie di un qualcosa che è ancora indistinto, per loro. Noi invece gli diamo un nome preciso, la rottura di un equilibrio, la depauperazione della biodiversità, il saccheggio di risorse naturali. Voliamo ogni mese da Macas, ai piedi delle Ande, fino a Juyukamentsa, al confine col Perù.

Sotto i nostri occhi, là dove cinque anni fa c'era una selva inestricabile punteggiata dalla solitaria casa Achuar col suo variegato orticello, ora sfilano campi e pascoli, lembi di terra rossa, agglomerati urbani. Per loro è qualcosa di indistinto, noi gli diamo un nome preciso:la rottura dell'equilibrio, la depauperazione della biodiversità. E' il segno dell'avanzata della frontiera agricola. Fino al 1940 non c'era quasi prova dell'esistenza Achuar nel territorio di Morona Santiago. Le famiglie allargate, disperse in territori all'apparenza infiniti, si insediavano nella loro porzione di selva e l'addomesticavano per una quindicina d'anni. Poi, quando il territorio dava segni di eccessivo sfruttamento, quando si riduceva la produttività dell'orto familiare, quando non si trovavano più vicino alla casa le palme necessarie per fare i tetti, quando erano rimasti pochi animali nei dintorni" gli Achuar rifatti i pochi bagagli, si spostavano in una nuova zona. E se una coppia aveva una dozzina di figli, non era grave, perché fra le febbri regolari, l'incidente immancabile, il serpentello o la scaramuccia con i vicini, la popolazione non cresceva né crollava. La selva non permette alte densità umane e gli Achuar avevano accettato il compromesso. 

"...Poi quando non si trovavano più vicino a casa le palme necessarie per fare i tetti...rifatti i pochi bagagli, si spostavano in una nuova zona". Fino all'arrivo degli imprevisti. Da est in forma di imprenditori del legname, che introdussero nelle comunità il fucile, l'ascia ed il machete; da ovest in forma di coloni ecuadoriani, i quali spinsero in avanti la frontiera e portarono le mucche nell'Amazzonia. Dal cielo in forma di missionari, i primi fondatori di missioni fisse in territorio Achuar.

"Bisogna aiutare questo popolo nella difficile e pericolosa fase d'incontro con l'Occidente", affermarono con lungimiranza e dedizione. E ottennero che questa etnia non venisse fagocitata dai cacciatori di petrolio, che non perdessero la propria voce politica, prima ancora di ottenerla. Li aiutarono a dargli un'identità ufficiale riconosciuta e rispettata. Però fecero crescere ancora più rapidamente il germe del cambiamento. Oggi nella missione di Wasakentsa si gioca a calcio ed ecuovolley come in tutto il paese, si ascolta salsa, cumbia e bachata, si parla spagnolo, si vive in case colone (anche se gli Achuar non rinunciano a costruirci a lato la loro tradizionale). E si introducono ogni giorno cemento, vetro, pile, carabine, benzina"  "Oggi nella missione di Wasaka si gioca a calcio ed ecuovolley...Ogni giorno si introducono cemento, vetro, pile, benzina..." Siamo entrati a Wasakentsa a dicembre, la prima volta, per raccontare il nostro progetto e il nostro pensiero agli Achuar. E oggi siamo qui per il primo corso di formazione con i sette promotori locali, coloro che dovranno in seguito riferire quanto appreso alle comunità di appartenenza.

Riuniti in un'aula all'aria aperta, alcuni seduti su panche, altri appoggiati alle assi della struttura, cominciamo insieme a parlare di piani di gestione delle risorse naturali. Fuori gli stratocumuli che si raggruppavano a nord si sciolgono in un forte temporale tropicale. La pioggia batte sulla lamiera del tetto e in alcuni momenti lo scroscio arriva a coprire le parole. Discutiamo con loro di come i piani di gestione rappresentino un modo di pensare la loro vita nella selva. Auspichiamo che i cambiamenti avvengano non perché uno ci si trova buttato dentro, ma perché li desidera. Che le scelte vengano fatte sapendo a cosa si va incontro e senza poi doversi pentire. Li abbiamo intesi così noi i piani di gestione: come un processo di riflessione della comunità Achuar su se stessa che la conduca a intendere, in questa fase storica, il valore e l'importanza della gestione del proprio futuro. Quali sono i rischi che sta affrontando, esterni ed interni, per quale cammino è indirizzata, chi era, chi è e che cosa rischia o vuole diventare. E il piano di gestione, nel momento in cui si parla infine del proprio territorio, dei suoi problemi e delle sue potenzialità, di come si può gestirlo e curarlo, diventa il coronamento rituale di questo percorso. Ma quasi scomparendo, come la meta di un viaggio, che diventa meno trascendentale nel momento in cui il percorso si fa sempre più ricco.

Il percorso dei piani di gestione inizia molto prima; inizia con un lavoro degli studenti sull'identità Achuar, sulla storia del popolo, su una presa di coscienza dei cambiamenti. Passa per un'analisi condivisa della situazione attuale; obbliga a riassumere i dati (quanti nuovi orti si aprono, quanti animali si cacciano) e a trarre conseguenze dagli indizi. E li porta a visualizzare il futuro e a incaricarsi di direzionarlo come meglio la comunità desideri. Dopodiché possono anche intervenire i consigli tecnici.  "Li abbiamo intesi così i piani di gestione: come un processo di riflessione della comunità che la conduca a intendere il valore e l'importanza della gestione del proprio futuro". Parliamo fra domande, risposte, chiarimenti e spiegazioni per tre giorni; ma fra il dire e il fare c'è di mezzo qualche chilometro di foresta amazzonica. Il suo labirinto di liane, tronchi, epifite, fronde, ha conservato gli Achuar in un isolamento quasi surreale per milioni di anni e attraversare in volo questi spazi inaccessibili non è come attraversare con la nostra parola spagnola la barriera di una lingua e di un pensiero che ha percorso tutt'altre vie" La distonia tra noi e loro a volte è evidente. Mentre noi ci concentriamo su aspetti metodologici e teorici, loro spostano l'asse sui cardini concreti.

Quando abbiamo finito ci chiediamo un po' in ansia quanto avranno compreso delle tante parole dette. Uno poche, un altro ripete meccanicamente alcuni motti, qualcuno però costruisce suoi pensieri, riflessioni proprie inaspettate. Bolivar Mayak ha assunto il ruolo di studente modello dall'alto dei suoi 29 anni, 2 mogli e 7 figli: ha scritto un tema sui piani di gestione, con calligrafia minuta e con cura da amanuense. La legge e poi ci guarda soddisfatto chiedendoci approvazione con gli occhi. Non ci è chiaro quali molle mentali animino questi compagni Achuar, se la soggezione all'impegno preso con la comunità o la volontà di contribuire al penker pujustin (buon vivere) del popolo, però l'inizio di un progetto è un momento di entusiasmo, di promesse all'orizzonte ed è gradevole condividere questa sensazione. La difficoltà è trovare la giusta strategia che faccia sentire le comunità e i promotori accompagnati, seguiti in un processo di formazione e presa di coscienza, senza però allo stesso tempo indugiare in atteggiamenti paternalisti" Per tornare in città riattraversiamo la selva in aereo. Per quanto affascinante, non fa per noi. Abbiamo lasciato i promotori in cammino verso le rispettive comunità, per un po' potremo comunicare solo per radio o con le lettere inviate alla missione, quindi con tempi lunghi, senza un reale controllo degli eventi. Ma questo si sapeva già dall'inizio forse, se i tempi ecuadoriani sono lunghi, i tempi Achuar sono millenari. Sennò come avrebbero fatto a sfuggirci per tanti secoli.


Vai al progetto "Con gli Indios Achuar, per l'Amazzonia"

 

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