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La testimonianza di Benedetta, medico cooperante in Ciad

00195 benedettaRecentemente la nostra redazione ha incontrato e intervistato Benedetta Disarò, medico specializzato di ritorno dal Ciad, dove per 6 mesi ha lavorato come cooperante ACRA all'Ospedale Buon Samaritano di N'Djamena. Le abbiamo posto qualche domanda per farci raccontare la sua esperienza, ne è venuta fuori una testimonianza profonda e disincantata sul senso del nostro impegno per lo sviluppo rurale. Una testimonianza che riportiamo come spunto di riflessione per ognuno di noi.

"Lavorare in missione in Africa era una meta da raggiungere, mi dicevo, prima di avere dei figli. Era da tempo che cercavo di partire. Poi, da un giorno all'altro, ricevo una e-mail da parte di un caro amico, in missione per ACRA a Goundi, nel centro del Ciad, che mi chiede se per caso volevo proseguire il suo contratto come medico ospedaliero. Dopo un paio di settimane ero già a Milano a firmare il contratto con il Presidente di ACRA, Angelo Locatelli, e verso metà maggio 2009 sono arrivata a N'Djamena.

Il mio ruolo in Ospedale è stato di responsabile del reparto di Medicina (insieme a una collega del Paraguay, Soeur Malvis), delle visite ambulatoriali per gli adulti e dei turni di guardia (con altri 5 colleghi). Si lavorava sei giorni alla settimana. La domenica era l'unico giorno libero, in cui spesso eravamo tutti talmente stanchi che ci limitavamo chi ad andare a messa, chi a bere una birra nel pomeriggio.

Sembra poco, no? Beh, se non fosse per il caldo terribile da maggio ad agosto, potrebbe essere poco e soprattutto se non fosse per i turni di guardia. Durante la guardia, infatti, siamo reperibili per l'intero Ospedale (per un totale di circa 150 posti letto) e per il pronto soccorso, dalle 13.00 fino alle 7.00 della mattina dopo. Considerando che il giorno dopo non è previsto il recupero e quindi comunque dobbiamo svolgere il nostro lavoro come gli altri giorni e che siamo solo cinque a dividerci i turni, significa che a ciascuno toccano 6 - 7 guardie al mese, o anche 8 - 9, come durante il mese di agosto e metà settembre, quando eravamo solo quattro. Se poi consideriamo il fatto che spesso è capitato di dover lavorare anche il sabato o la domenica... beh, direi che il tutto risulta molto più complicato e faticoso di quanto possa sembrare a prima vista.

Le difficoltà, oltre al caldo terribile dei primi mesi, sono state molte. L'impatto con la città è stato un piccolo choc. N'djamena è sporca, arida, piena di militari che dettano legge e spesso approfittano della condizione della popolazione. In città gli spostamenti in forma autonoma, soprattutto dopo il calar del sole, sono pericolosi e sconsigliati per le donne bianche. Inoltre il nostro Ospedale si trova in periferia, per arrivare alla città si deve attraversare un ponte malmesso, il che limita ulteriormente i movimenti. Quindi si è obbligati ad uscire in gruppo, organizzare gli incontri con un certo anticipo, raramente in forma spontanea.

Anche le condizioni lavorative sono spesso al limite: immaginatevi di essere chiamati in piena notte (niente elettricità notturna!) per un caso urgente. Vestiti in fretta senza luce, prendi la pila, esci, spera che ci sia un po' di luna per illuminare il tratto dalla casa all'Ospedale...è vero, sono solo 5 minuti, ma è davvero desolato... Finalmente arrivi nella torrida saletta del pronto soccorso, punti la torcia sul paziente che o sta troppo male per parlare o non parla francese, cerchi di capire quello che gli è successo, ingoiandoti le zanzare che si aggirano furiose intorno alla luce e spiaccicandotele sulle braccia e sulla faccia, asciugandoti alla meno peggio i rivoli di sudore che colano ovunque... e nel frattempo metti insieme un trattamento che tenga fino a domattina... Se riesci a resistere a tutto questo, preparati anche per l'ennesimo "il n'y a pas" dell'infermiere di turno... "il n'y a pas, dottoressa, Diazepam non ne abbiamo più..."

Piano piano ho dovuto adattarmi al differente approccio dei ciadiani alla malattia, alla morte, all'urgenza: con la morte così presente in ogni momento della vita, così vicina.

Spesso si sente una certa impotenza... è necessario capire quando non ha più senso continuare, quando bisogna smetterla di insistere perché non serve più a nulla.

Le patologie più frequenti sono malaria, tubercolosi e altre forme di polmonite, aids conclamato, ipertensione e diabete, malnutrizione e disidratazione, qualche meningite, insufficienze cardiache e renali, tumori epatici, gastroenteriti e diarree infettive. Le più difficili da gestire per me, che ho lavorato essenzialmente con adulti, sono state l'aids e le patologie terminali, come le insufficienze renali. Ci si limita solo a seguire, ad aggiustare, a lenire un poco: ad accompagnare fino alla fine, senza bisogno di grandi discorsi, perché tanto il paziente ha già capito che non c'è nulla da fare, solo aspettare.

Una diagnosi precisa è necessaria fino a un certo punto... s'impara a chiedere esami solo quando sono strettamente necessari. Che senso ha far spendere alla famiglia del paziente circa 800 euro (facendo il rapporto con i nostri stipendi) per un unico esame, che ti permetterà di sapere con più precisione che cosa ha causato una paralisi acuta degli arti inferiori in un anziano, quando sai già che molto probabilmente è un problema neurologico, di origine tumorale o vascolare o traumatica, che in Ciad non può essere trattato e sai pure che il trasferimento in una clinica del vicino Camerun è, dal punto di vista finanziario, improponibile? Devi essere in grado di dire: stop, qui mi fermo, non c'è più nulla da fare.

Ci sono immagini che non riesco a cancellare, che non riuscirò mai a perdere. I miei bimbi che sono morti, perché non c'era più niente da fare. Perché sono arrivata troppo tardi. Perché Allah se l'era già presi. Perché il marabu aveva detto che le streghe gli avevano già succhiato l'anima.

Le mie donne: Ashta, Kaltouma, Ashè, Amanha. Fragili uccellini rimpiccioliti dall'aids, con un cuore così grande e dilatato che non riuscivano nemmeno ad allattare il loro bimbo. Le sogno ancora mentre mi guardano chiedendomi quando finirà, quando l'hiv se ne andrà. E mi ringraziano in arabo: "Shucran, docteur, shucran". E pregano per me.

Il mio capo-infermieri, Maninah, che dice: "Più veloce, docteur, più veloce, c'è ancora molto lavoro da fare". E poi un giorno: "Docteur, è arrivato il risultato del bimbo: è negativo al test dell'hiv!"

E saltiamo di gioia entrambi, quasi con le lacrime agli occhi.

Qualcuno ogni tanto mi chiede: "Tornerai?". Certo che ci ritorno in Africa! Questa è stata solo una prima esperienza, come un viaggio di ricognizione, per vedere se realmente era proprio quello che cercavo. Innanzitutto ritorno fra poco a N'Djamena per 4 mesi, con un altro contratto ACRA. Poi vedremo. La mia idea è fare il corso di Medicina Tropicale e alternare periodi di lavoro in ONG in Africa ad altri come medico di famiglia, in Europa. Voglio tornare perché sei mesi sono pochi per entrare nella vita, nella cultura, nella routine ospedaliera. Perché finora ho ricevuto tantissimo e ho dato ancora troppo poco.

Laggiù ho imparato che il nostro individualismo non ci porta da nessuna parte. Che viviamo in comunità. Che abbiamo bisogno di una famiglia, di figli da accudire, di lasciare il testimone, di creare e costruire per la nostra comunità, per il nostro mondo. Che la medicina per pochi non serve a nulla. Che non ci porta da nessuna parte. Che il progresso per pochi non è progresso.

Questo è quello che ho imparato laggiù, e per questo ci devo tornare. Devo darmi da fare, e pareggiare i conti."

Benedetta Disarò, medico specializzato.
Cooperante ACRA all'Ospedale Buon Samaritano di N'Djamena, Ciad.