
Sono le 4 del mattino quando, dopo aver abbandonato a fatica le nostre amache, raggiungiamo la casa di Chuki Wisum, il fondatore della comunità di Tsunkintsa, una delle 16 comunità delle province di Morona Santiago e Pastaza, in cui ACRA e la Fondazione Chankuap stanno realizzando un progetto per la difesa dell’identità del popolo Achuar.
Le popolazioni indigene che tradizionalmente abitano la foresta amazzonica, tra cui il popolo Achuar, vivono di raccolta, caccia, pesca, di un'agricoltura itinerante e di una produzione, che comincia timidamente ad essere vincolata al mercato. L'uso e lo sfruttamento del bosco costituisce la base della loro sussistenza ed è basato sulla convinzione che esista un'unità tra uomo e natura. Nella cosmovisione Achuar non esiste la dicotomia uomo-ambiente: gli Achuar sono parte della foresta come le piante, i fiumi, gli uccelli. Questo ha fatto sì che per millenni i popoli indigeni siano riusciti a mantenere un equilibrio tra le loro necessità di sopravvivenza e la conservazione dell'ambiente. Il nome stesso Achuar deriva dalla fusione delle parole achu (un tipo di palma caratteristica delle zone paludose in cui vivono) e shuar (uomo).
Siamo venuti nella casa di Chuki Wisum per ascoltare le sue inquietudini e per condividere con lui il rituale della guayusa, un infuso che gli Achuar sono soliti bere prima dell’alba per purificarsi e cominciare bene la giornata. Seduti attorno al fuoco e con il prezioso aiuto del nostro interprete, ascoltiamo le parole di Chuki che, interrompendo di tanto in tanto il suo discorso con delle sonore risate, ci racconta di come in gioventù fosse solito riunirsi con gli altri uomini del villaggio per bere la guayusa prima di andare a caccia o prima di partire per una spedizione di guerra contro una comunità vicina. Aggiunge però che da circa trenta anni, ossia da quando alcuni missionari salesiani iniziarono la loro opera di evangelizzazione all’interno del territorio Achuar, le guerre intertribali fortunatamente sono ormai solo un lontano ricordo. Poi il tono della sua voce diventa improvvisamente serio e con grande lucidità Chuki inizia ad elencare i nuovi pericoli che minacciano seriamente la vita della sua comunità e più in generale il suo popolo.
Oggi, l'impatto con la modernità sta seriamente compromettendo l’equilibrio secolare di queste terre e il rapporto tra le popolazioni indigene e l’ambiente. Il complesso sistema di vita Achuar viene spazzato via da nuovi modelli di sviluppo che abbattono la foresta e annichiliscono la biodiversità. E con la foresta rischia di morire la cultura Achuar, il sapere tradizionale, il senso di appartenenza e di solidarietà vengono annientati. Non resta che migrare. Abbandonare le terre. La foresta. Una ricchezza di tutti che lentamente si sta trasformando in ricchezza di pochi. Fino agli anni Cinquanta la regione amazzonia a cavallo tra Ecuador e Perù era abitata quasi esclusivamente da popolazioni indigene. Oggi la popolazione indigena rappresenta solo il 30%. Il restante 70% è rappresentato da coloni, attirati negli anni Cinquanta e Sessanta dagli incentivi previsti dalla “Legge di Sviluppo Agropecuario e Colonizzazione” e dal boom connesso allo sfruttamento petrolifero, nelle province nord orientali.


“Cacciare è sempre più difficile – ci dice – perchè la rapida crescita demografica legata al lungo periodo di pace ha portato ad un graduale esaurimento della selvaggina ed alcune specie di scimmie sono ormai quasi del tutto scomparse”. Beve un sorso di guayusa e poi continua: “La creazione di zone di pascolo per l’allevamento di bovini, fortemente stimolata dalle istituzioni governative per aumentare la produttività delle nostre terre, ha portato, almeno nelle comunità più grandi, al disboscamento di vaste zone di foresta e al conseguente impoverimento del suolo. E come se questo non bastasse - aggiunge costernato – i legnami pregiati di cui è ricca la nostra selva e il petrolio e i metalli preziosi presenti in abbondanza nella pancia della nostra terra, solleticano ogni giorno di più gli appetiti degli imprenditori locali e delle grandi multinazionali che cercano in tutti i modi di convincere il governo ecuatoriano ad aprire nuovi campi di estrazione anche in questo angolo quasi incontaminato della foresta amazzonica.” “E poi - conclude - la rete stradale che collega i centri urbani più prossimi alla foresta continua ad allungare i suoi tentacoli e si avvicina sempre di più ai confini delle terre abitate dagli Achuar, rendendo sempre più facile l’accesso incontrollato all’interno dei nostri territori”.
Spiego allora che è proprio per aiutare il suo popolo a fronteggiare questi pericoli che io e i miei collaboratori siamo venuti a fare visita alla sua comunità e attraverso il consolidamento di meccanismi di pianificazione dell’uso del territorio e sfruttamento delle risorse naturali, insieme potremo creare le condizioni per uno sviluppo sostenibile del popolo Achuar che sia rispettoso della cultura tradizionale e soddisfi le necessità delle famiglie senza mettere a rischio l’equilibrio dell’ecosistema della foresta.Inizia ormai ad albeggiare e Chuki Wisum, grande capo di Tsunkintsa, con il suo sguardo fiero, da guerriero che non ha mai smesso di combattere, mi guarda negli occhi e mi chiede: “Yatsuru (fratello), allora quando iniziamo a lavorare?”
Di Dario Sbrocca
Coordinatore Progetto - ACRA
"Con gli Indios Achuar, per l'Amazzonia"


