2 maggio 2009 - Arrivo
L’occasione è la collaborazione nata nel 2007 tra ACRA e Mediafriends per la realizzazione di 10 acquedotti a gravità nelle comunità aymarà di Cairoma (in Valle Araca) e Caranavi (nelle Yungas). Un progetto che ha già raggiunto ottimi risultati e che ci dà la possibilità di visitare la Bolivia da un punto di vista privilegiato. Quello di qualcuno che sta lavorando sul campo da anni: ACRA è in Bolivia dal 1985.
Con Patrizia Canova, responsabile del settore comunicazione di ACRA, ho la fortuna di assistere Sandra e Paolo nel loro itinerario boliviano...
"Sono le quattro di mattina quando atterriamo a El Alto, aeroporto di La Paz, la capitale più alta del mondo. Il cartellone che ci accoglie ci avvisa che siamo esattamente 4.067 metri più vicini al cielo. La macchina di ACRA ci sta già aspettando sul piazzale ma rimangono da sbrigare alcune formalità d’ingresso.
La polizia doganale è incuriosita dalla telecamera di Paolo, un occhio ciclopico da dieci chili che non passa certo inosservato. Dopo ventisei ore di viaggio e due scali internazionali la pazienza è agli sgoccioli, ma ormai ci siamo... Tutto a posto. Bienvenidos en Bolivia.
E’ quasi l’alba quando incontriamo Carlo Krusich, responsabile ACRA per tutti i progetti in Bolivia, e don Juan, uno dei promotori del progetto. Giusto il tempo di fare le presentazioni e siamo sull’autostrada per La Paz. Appena più sotto. Appena sotto le nuvole.
Dopo aver lasciato i bagagli in albergo, ci troviamo per una breve riunione. Il programma di viaggio è molto serrato: La Paz, Valle Araca, Yungas, La Paz, Salaar Uyuni, Alote, La Paz. Si parte domani, sveglia alle sei.
Rimane mezza giornata e decidiamo di visitare il mercato della coca. All’ingresso veniamo subito fermati: telecamere e macchine fotografiche non sono ammesse senza il permesso della direzione, che al momento è chiusa. Non ci arrendiamo, e tra una domanda e una supplica riusciamo ad ottenere il permesso di visitare un deposito dove vengono stoccate e vendute le foglie di coca. La stanza è ingombra di enormi sacchi da 30/40 libbre di foglie di coca destinate al mercato locale. Ogni sacco vale all’incirca 300 bolivianos, tre euro.
La pianta di coca è parte della cultura tradizionale boliviana. Il suo utilizzo risale ai tempi dei regni pre-incaici ed è molto differente dall’immaginario occidentale.
Dopo un caffé, raggiungiamo il mercato de Hechiceria, il mercato degli stregoni, dove si possono trovare erbe e rimedi naturali per molti malanni. Le bancarelle sono ricolme di amuleti e animali imbalsamati utili per ogni tipologia di rituale tradizionale. Non si tratta di superstizioni ma di veri e propri rituali che testimoniano quanto della cosmovisione andina ancora vive nella cultura boliviana. Si va dalla semplice ch’alla alla pachamama prima di bere una birra (che consiste nel versare un sorso a terra) al più cruento feto di lama essiccato da sotterrare dove si vuole costruire un nuovo edificio.
Verso sera raggiungiamo un punto panoramico da cui possiamo ammirare l’estensione di La Paz sulla costa che dall’altopiano degrada verso la pianura amazzonica. Sullo sfondo il massiccio dell’Illampu. Lì inizia la Cordillera Real che attraverseremo domani per raggiungere Cairoma.

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3 maggio 2009 - Giorno 2
Issiamo i bagagli sul tetto della “poderosa” Nissan e scivoliamo nel traffico caotico di La Paz. Alla guida c’é don Alfonso, al secolo Alfonso Espinal, ingegnere idraulico e responsabile del progetto. Collabora con ACRA da dieci anni e sarà una fonte inesauribile di notizie. Man mano che risaliamo verso l’altipiano, i palazzi del centro lasciano spazio a costruzioni più basse e povere. Sono le case dei contadini che hanno abbandonato le loro terre e dei minatori schiacciati dal crollo del prezzo dello stagno. Solo mattoni e cemento. Qualche lamiera. Poi più niente: la strada diventa una linea d’asfalto in un paesaggio lunare. Arbusti e polvere per chilometri. Incrociamo radi agglomerati di case dove sopravvive qualche bancarella al margine della strada. Parcopata, Achocallas, Nazo Cruz. Una distesa immensa di terra piatta che corre da Nord a Sud, racchiusa tra le due catene montuose: la cordillera occidentale che divide la Bolivia dal Cile, a Ovest, e quella orientale che ci separa dalla regione amazzonica, a Est. Il resto è cielo invaso di luce.
A Villa Remedios puntiamo verso Est. La strada è asfaltata fino a Caluyo. Poi è tutto sterrato. Per ore. Attraversiamo le cime della Cordillera de Tres Cruces, tra laghi andini e insediamenti minieri. Risaliamo strade tortuose e passi a 5.000 metri sopra il livello del mare, dove i viaggiatori si fermano e lasciano una ch’alla perché la pachamama li accompagni nel viaggio. Piccoli totem di pietra proteggono nastri colorati, bottiglie di alcool e dolcetti. Carlo ci spiega che i rari campi di patate che vediamo sulle pendici delle montagne sono coltivati da famiglie che abitano ad ore di cammino da lì. In luoghi senza acqua o dove l’acqua è contaminata dalle lavorazioni delle miniere.
Scendendo verso la Valle Araca la situazione migliora. La terra è più fertile ma i corsi d’acqua sono inquinati e spesso condivisi con animali domestici e selvatici. Il progetto di ACRA e Mediafriends interviene proprio su questo problema prendendo l’acqua potabile direttamente alla sorgente e rendendola disponibile per uso domestico e per l’irrigazione attraverso acquedotti a gravità di facile costruzione e mantenimento.
Lasciamo i bagagli alla sede di ACRA a Cairoma risaliamo il sentiero che ci porta al bacino di presa dell’acquedotto della comunità di Machacamarca Baja. Carlo ci mostra l’opera di presa che incanala l’acqua sorgiva a un collettore da cui l’acqua viene distribuita alle case e alla scuola grazie alla pressione dovuta al dislivello. Nelle diverse comunità raggiunte dagli acquedotti, l’azione è stata rafforzata da un intervento di educazione ambientale nelle scuole e dalla costituzione di comitati di gestione che permetteranno un utilizzo razionale e condiviso dell’acqua duraturo nel tempo.
Verso sera raggiungiamo la scuola di Machacamarca Baja dove veniamo accolti da tutta la comunità in festa. I bambini e gli insegnanti ci mostrano la scuola e la struttura dedicata alla raccolta dei rifiuti organici da cui si ricava fertilizzante biologico attraverso la lombicoltura. Le comunità ci cingono il collo con delle collane di corda a cui sono attaccate verdure di ogni tipo, un modo per darci il benvenuto e auguraci prosperità. La sera cala sui nostri goffi volteggi danzerini.

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4 maggio 2009 - Giorno 3
Visitiamo la comunità di Corocuta tra festeggiamenti, balli e discorsi ufficiali. Verso la fine della mattinata condividiamo un pranzo scenografico e squisito a base di chuño (patate disidratate), pollo, fave e choclo (mais bianco gigante). L’infermiera della comunità ci racconta di come con l’arrivo dell’acqua le cose siano migliorate. Le malattie più frequenti tra i bambini come la dissenteria, il tifo e la salmonellosi dovute alla scarsa qualità dell’acqua sono diminuite. Ma l’acqua ha portato benefici anche rispetto alla malnutrizione. La dieta dei bambini ha potuto arricchirsi grazie all’irrigazione e alla possibilità di coltivare frutta e verdura che affiancano le immancabili patate e il riso.
Dopo pranzo, raggiungiamo la piazza centrale di Cairoma dove ci aspettano per la consegna del kit didattico “Ojos abiertos sobre... ambiente” e per l’inaugurazione del sistema idrico di irrigazione. Il kit didattico è frutto di un lavoro congiunto degli operatori di ACRA con i maestri delle comunità della Valle Araca coordinati da Chiara Perucca, la responsabile della parte educativa del progetto. Un lavoro durato quasi un anno con la collaborazione volontaria di alcune maestre italiane. Il risultato sono un libro che racchiude un percorso didattico multidisciplinare dedicato all’ambiente, una guida per gli insegnanti e dei cartelloni per aiutare la didattica in aula. Tra danze e discorsi ufficiali, ogni scuola della valle ritira i libri per i propri alunni e per gli insegnanti.
Poi tutta la comunità di Cairoma si trasferisce in corteo sulle pendici della collina antistante dove è stato costruito il bacino di presa per le acque irrigue. E’ quasi sera quando don Alfonso alza la chiusa e libera l’acqua che irrigherà i campi a valle. Il cielo si tinge di rosa e la festa si trasferisce nei locali del municipio: tamburi, flauti e casse di birra paceña per celebrare degnamente l’evento. El agua es vida, El agua es vida, compañeros.

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5 maggio 2009 - Giorno 4
Ci svegliamo di buon ora per raggiungere la miniera di Viloco. È poco distante. Un’ora di sterrato che ci porta quasi a quota 5.000. Bisogna salire adagio per evitare il sorojche, il mal di montagna che toglie il fiato e fa girare la testa. Ci accompagna l’alcalde di Cairoma, don Juan Carlos Ramirez Condorì, ex minatore. Don Juan ci racconta di aver iniziato a 12 anni per aiutare il padre e i fratelli. Ha rischiato più volte di non tornare a casa e ancora adesso porta i segni degli incidenti. Qui vivono circa 1000 famiglie. Un tempo il lavoro pagava bene. Lo stato garantiva istruzione, assistenza sanitaria e buoni alimentari per carne, zucchero, caffé. C’era un cinema e una radio. Dopo il crollo dei prezzi dello stagno sul mercato internazionale, molti hanno abbandonato le loro casa e sono rimasti in pochi a scavare la terra.
Incontriamo le donne di Viloco: minatrici, vedove, mogli di uomini con una speranza di vita di 50 anni. Le loro storie sono pugni allo stomaco. Sono tragedie di mariti rimasti imprigionati nelle gallerie, uccisi dalle esplosioni o soffocati dal “mal de mina”. Sono le mani tagliate delle palliris che risalgono la strada verso l’antico accampamento dei minatori e setacciano la terra alla ricerca di scarti dimenticati. Due, tre ore di cammino e il resto della giornata a rompere pietre con una zappa e a scavare, a 6.000 metri di quota. Da sole o aiutate dal figlio più piccolo. In un mese riescono a raccogliere 10 chili di scarti. Il prezzo al mercato è di 300 bolivianos. A La Paz, Burger King propone menù da 30 bolivianos...
Torniamo a Cairoma abbattuti e scossi. Verso sera riceviamo la visita delle maestre Julia e Silvia, di Cairoma, che ci raccontano la gioia dei bambini nel ricevere il libro che abbiamo distribuito il giorno prima. Un entusiasmo incontenibile che non ha permesso di dar corso alle normali attività previste... Dopo tutta la sofferenza vista negli occhi delle persone a Viloco, siamo felici di ricevere qualche buona notizia.

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6 maggio 2009 - Giorno 5
Sveglia alla mattina presto. Il sole non ha ancora raggiunto la valle. Dobbiamo raggiungere Caranavi, nel cuore delle Yungas dove le montagne declinano dalla Cordillera Real verso la piana amazzonica. Nel giro di pochi minuti, la superficie brulla delle valli andine viene sostituita da una natura rigogliosa e profumata interrotta da coltivazioni di coca e paesaggi montani. Lo scenario è spettacolare ma il comfort non è dei migliori: polvere, sterrati e tornanti. Buchiamo 4 volte e le indicazioni per Caranavi sono inesistenti. Ogni paese è una tappa obbligata per rappezzare la gomma bucata nel tragitto e un’occasione per sgranchirsi le gambe. Procediamo a rilento.
Verso sera raggiungiamo Chulumani dove ci fermiamo per gustarci un buon pollo fritto con patate.
Ripartiamo con slancio, siamo stravolti ma ci rallegriamo con qualche canto stonato e ripercorrendo le avventure vissute in Valle Araca. Con il buio la meta si fa ancora più distante, siamo troppo lontani. E troppo stanchi. Optiamo per il più raggiungibile Hotel Gloria, a Coroico. Sono le undici passate. Abbiamo viaggiato per più di 18 ore consecutive. La doccia è un sollievo. Il letto un miraggio. La bottiglia di paceña gelata una visione mistica.
7 maggio 2009 - Giorno 6
Visita alle colonie di Illampu e Villa Exaltacion. Le comunità sono formate da genti andine trasferitesi negli anni ’60 alla ricerca di fortuna. Qui si coltivano in modo biologico caffé, uno dei più buoni al mondo, e achiote, un colorante naturale. In entrambe le comunità veniamo accolti con clamore. Le persone qui sono meno timide che sull’altopiano e le celebrazioni assumono connotati conviviali che ci rinfrancano.
Ascolto la storia di Rubén che ha deciso di non abbandonare la colonia e che è un responsabile dell’associazione di agricoltori locali di achiote. Ed è anche direttore della banda dove ha coinvolto anche altri ragazzi. Ha 30 anni e un figlio piccolo di 2 mesi. Insieme alla comunità ha lavorato alla costruzione dell’acquedotto che ora porta acqua potabile nelle case e nella scuola di Villa Exaltacion. E ha grandi progetti per il futuro. Ora che c’é acqua disponibile è possibile lavorare i semi di achiote direttamente in loco trasformandoli in pasta. La spedizione dei semi è molto costosa perché nei container si paga ad ingombro. Con la lavorazione in loco si creerebbero altri posti di lavoro e si ridurrebbero di 10 volte i costi di spedizione. Doña Lucìa invece mi racconta di quando nel 1973 è arrivata qui con suo marito. Non sapevano coltivare ma con l’aiuto degli altri coloni sono riusciti a lavorare la terra e a crescere tre figli che ora vivono lontani. Ma il rammarico più grande è per la scomparsa di suo marito. Era idraulico e sarebbe stato molto felice di costruire l’acquedotto.
Altre ore di sterrato e rientriamo a La Paz. E’ ormai buio. Domani si riparte per il Sud. Uyuni.

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8 maggio 2009 - Giorno 7
Dieci ore di viaggio verso Uyuni, con tappa a Challapata per un breve ristoro a base di charque, la carne di lama essiccata servita fritta con patata lessa, uovo sodo e letto di grani di mais bollito. La contemplazione del paesaggio altipianico che sfila fuori dai finestrini riserva poche emozioni ma infonde piano piano una pace interiore, come un mantra che ci accompagna fino al Salaar di Uyuni. ono le sei di sera. Giusto in tempo per ammirare il tramonto.
9 maggio 2009 - Giorno 8
Il Salaar de Uyuni è la più grande distesa salata del mondo. Oltre 12.000 chilometri quadrati di cielo e sale. Una linea infinita all’orizzonte. In mezzo al Salaar affiora l’isola di Inchausi, una formazione rocciosa dove crescono cactus centenari. La sensazione è quella di essere su una piccola isola in mezzo al mare.
La leggenda narra che il Salaar sia nato per motivi di gelosia, tra montagne. La montagna Yana Pollera era innamorata di due vulcani Q’osqo e Thunupa. Quando partorì Kalikatin, i due vulcani presero a combattere tra loro e Yana Pollera fu costretta a mandare il figlio lontano. Per nutrirlo inondò di latte la piana che li divideva. Il Salaar è bianco per il latte di Yana Pollera ed è salato per le lacrime di dolore versate per il figlio lontano.
Ripartiamo alla volta di Alote. Una città sperduta nella piana a Sud del Salaar dove un gruppo di donne ha dato vita a La llamita, una piccola impresa tessile che lavora lana di lama con telai a pedali. ACRA ha contribuito alla loro formazione tecnica grazie al Consorzio Arianne di Camerino e oggi La llamita ha dato vita a una produzione di altissima qualità. Lilia Grosso è una veterinaria che collabora con ACRA al progetto di valorizzazione degli allevamenti di camelidi. Ci garantisce che la lana di lama è di altissima qualità e, a differenza di altre lane più conosciute, non necessita di colorazione poiché il vello dei lama si presenta in natura con una buona gamma di colori. Ripartiamo con sacchi pieni di splendidi regali per il prossimo natale e con l’intenzione di organizzare delle spedizioni in Italia per sostenere questa attività.
La sera ci troviamo al bar Llama di Uyuni. I prossimi due giorni saranno un unico viaggio verso casa.

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10 maggio 2009 - Giorno 9
Sulla strada verso La Paz, ci fermiamo a fare un giro al mercato di Challapata. Le fotocamere non sono molto gradite. Approfittiamo per qualche acquisto e per gustarci un ultimo charque di carne di lama. Verso sera siamo a La Paz dove ci concediamo una cena in grande stile, con tanto di vino rosso e caffé espresso. Un po' di malinconia ci assale al momento dei saluti. Domani si parte. Hasta luego, muchas gracias...
11 maggio 2009 - Ultimo giorno
Il tempo di svegliarsi e prendere un taxi fino all’aeroporto. La Paz dorme ancora. Check-in, dogana, imbarco, decollo... Nemmeno il tempo di salutare e già stiamo volando verso casa cercando di riordinare i cassetti dei ricordi. Immagini, suoni, colori, sapori. Facce amiche. I compagni di viaggio con cui abbiamo condiviso stanchezza e fame. L’impegno dei colleghi boliviani. I sorrisi timidi dei bambini. I discorsi orgogliosi delle comunità... Ricordi come polvere, ovunque".
Matteo Ippolito
Settore comunicazione - ACRA

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