In pratica non piove, e non piove ormai da parecchie settimane. Le nuvole provenienti dal Pacifico che intorno alle quattro di pomeriggio, tutti i giorni, scavalcano il Pichincha e rabbuiano il cielo di Quito sono sì scure, ma non abbastanza. Scivolano via, trasportate dal vento, senza lasciar cadere una sola goccia. E la sera, il cielo è di nuovo stellato e lascia presagire una mattinata soleggiata e calda, con temperature che superano i trenta gradi. L’umidità dell’aria è diminuita di circa un quarto rispetto alle medie stagionali: il tasso di umidità relativa è del 60%, e fino a quando non supera il 70% non si può formare il tipo di nuvolosità che porta le piogge.
Interessante è il dato che si riferisce a Paute, una località vicina a Cuenca: -97%. Negli ultimi venticinque anni, la centrale idroelettrica di Paute, la più grande del paese, ha soddisfatto da sola il 65% della domanda energetica totale dell’Ecuador. Ora il livello dell’acqua nella diga è al minimo storico: 1968 m s.l.m. quando il limite tecnico di funzionamento è solamente 8 metri più sotto, a 1960 m. Delle dieci turbine che normalmente funzionano nella centrale, oggi se ne possono usare una o due al massimo. Il presidente Rafael Correa ha dichiarato lo stato di emergenza del settore energetico, le misure adottate sono l’aumento di produzione di energia termoelettrica attraverso l’importazione di 700 mila barili di diesel dalla Colombia e dal Venezuela e l’importazione di energia elettrica da Colombia e Perù, i quali però a loro volta devono limitare le esportazioni, trovandosi in condizioni di siccità simili all’Ecuador.
Ma non basta: il piano di razionamento energetico prevede tagli alla luce elettrica per cinque ore a Quito e anche di otto ore a Guayaquil. Le previsioni meteorologiche lasciano presagire che la crisi energetica durerà ancora due o tre mesi, per grande gioia dei produttori di candele, il cui prezzo è quasi raddoppiato nelle ultime settimane. I tagli alla luce elettrica sono però solo l’effetto a breve termine di una crisi idrica che verosimilmente avrà conseguenze ancora più gravi nel medio termine. Il dato più preoccupante per il prossimo futuro è quello relativo al bilancio idrico, un valore che tiene conto dell’apporto di acqua al terreno attraverso le precipitazioni e della perdita per evapotraspirazione. Le precipitazioni sono praticamente nulle e le previsioni per i prossimi due mesi non lasciano sperare in un miglioramento. Allo stesso tempo le temperature medie sono al di sopra delle medie stagionali per valori compresi fra 1 e 2,5 gradi (fonte: INAMHI), e questo significa maggiore evapotraspirazione. Il bilancio idrico è fortemente deficitario e lo sarà ancora per i prossimi mesi: la terra è secca e rimarrà secca.
In Ecuador si appena concluso il raccolto del ciclo agricolo corto, e ora è periodo di nuova semina: molti agricoltori hanno però già rinunciato a seminare perché la siccità non permetterebbe la germinazione dei semi. La produzione agricola sarà particolarmente scarsa nei prossimi mesi e i prezzi di frutta e verdura nei mercati stanno già salendo. Ancora peggiori sono le prospettive per l’allevamento: i pascoli sono già secchi e non proporzionano quantità adeguate di alimento per il bestiame. Diminuirà fortemente la produzione di latte, carne e derivati con conseguente aumento dei prezzi. In pratica, succederà in Ecuador quello che sta già succedendo in altri paesi Centro e Sud Americani.
In Bolivia è stato dichiarato lo stato di emergenza nazionale: la siccità ha iniziato a manifestarsi già a fine luglio e non sono previste piogge fino alla seconda metà di dicembre. E allo stesso tempo si stanno registrando record storici di temperature massime, fino a 49 gradi nel Chaco. Le aree maggiormente colpite sono proprio la regione del Chaco e quella dell’Altiplano. Nelle ultime settimane sono già morti undici mila capi di bestiame per mancanza d’acqua e nutrimento: i pascoli sono, infatti, completamente secchi. Ma è una cifra ridicola se paragonata alle previsioni: il ministro per il “Desarrollo Rural y Tierras”, Julia Ramos, ha annunciato che ben 2,5 milioni di capi di bestiame, fra bovini, ovini e camelidi, rischiano di morire per la mancanza di piogge e la sicurezza alimentare del paese è in grave pericolo. Anche l’acqua per il consumo umano inizia a scarseggiare: la combinazione di piovosità scarsa ed eccesso di calore non colpisce solamente le aree rurali ma anche quelle urbane.
Nella città di Potosì si annunciano interruzioni del servizio di acqua potabile e a La Paz, l’impresa pubblica di distribuzione dell’acqua sta promovendo una campagna per l’uso razionale dell’acqua per evitare futuri razionamenti. Le riserve idriche sono già diminuite del 75%. Solamente nella regione di La Paz 23 mila famiglie hanno perso il raccolto di patate, fave e quinoa e fino a quando non ricomincerà a piovere sarà impossibile iniziare la nuova semina. Anche il lago Titicaca sta diventando un simbolo della siccità: il suo livello è sceso di 4,5 metri rispetto al livello medio e sicuramente supererà il record storico di 5 metri segnato nel 1943.
La situazione in altri paesi del continente non è meno grave. A Caracas già si sta razionando l’acqua potabile e inoltre continuano i black out: la mancanza di luce elettrica è ormai di circa 50 ore settimanali. In Colombia il governo non ha ancora preso misure di razionamento energetico ma ha invitato la popolazione e le imprese al risparmio di luce elettrica. In Guatemala, a causa della crisi nella produzione agricola per la siccità, hanno perso la vita circa 500 persone. Anche in Costa Rica e Nicaragua si stanno perdendo migliaia di ettari di raccolti. In Argentina, nelle province di Cordoba e Catamarca, non si vedeva una tale siccità da più di cinquant’anni: anche in questo caso l’acqua potabile è razionata e l’agricoltura e l’allevamento stanno subendo grandi perdite. In generale, la mancanza di pioggia sta rendendo improduttivi circa dieci milioni di ettari, vale a dire addirittura un terzo dell’intera superficie coltivabile del Paese.
Gli esperti stanno correlando la grave siccità attuale al fenomeno del Niño, evento climatico a ciclo irregolare dovuto al riscaldamento delle acque del pacifico orientale tropicale, che, secondo gli studi più recenti, quest’anno sarà particolarmente intenso, appena poco più debole di quello, devastante, del 1998. Il Centro Meteorologico Nazionale degli Stati Uniti ha annunciato che i modelli dinamici di studio indicano che l’intensità del Niño continuerà ad aumentare fino al raggiungimento di un livello massimo fra marzo e aprile e che gli effetti dureranno fino all’inverno del 2010. Il Niño è un fenomeno che si ripercuote a scala globale: il 2010 verosimilmente sarà un anno molto caldo per tutto il pianeta.
Il timore è che al periodo secco che si sta manifestando adesso succeda un periodo di precipitazioni molto intense, tornado e uragani, come quelle che nel 1998 colpirono diverse regioni del Centro e Sud America con effetti drammatici. La frequenza e l’intensità degli uragani in Centro America sono in costante aumento negli ultimi anni. A inizio novembre, l’uragano Ida si è abbattuto su El Salvador provocando 130 vittime, 168 case distrutte e 1400 case a rischio di crollo. In totale le persone che hanno subito danni causati dall’uragano sono 10.348.
Per quanto ineccepibile dal punto di vista teorico, la correlazione dell’attuale siccità al fenomeno del Niño è un’arma a doppio taglio a livello politico-strategico. Considerare infatti la siccità, solamente come un fenomeno episodico locale legato a un evento meteorologico imprevedibile, qual è il Niño, porta come sta succedendo all’assunzione di politiche emergenziali volte soprattutto a tamponare gli effetti nel breve periodo. Si perde, in questo modo, il discorso critico sulle cause a scala globale e sulle strategie a lungo termine nelle quali l’acqua deve essere considerata, allo stesso tempo, una risorsa scarsa e un diritto umano. La mancanza d’acqua che in questo periodo sta colpendo il Sud America non è un fenomeno sporadico e casuale ma una delle manifestazioni della crisi dell’acqua a livello globale. Ed è proprio a livello globale che è necessario ragionare sulle cause: sulla gestione dell’acqua e sull’alterazione dei cicli idrogeologici dovuta al riscaldamento globale.
I dati sulla crisi dell’acqua sono noti da qualche tempo e se la situazione attuale è già di per sé preoccupante, con oltre un miliardo e duecentomilioni di persone senza accesso sufficiente alle fonti d'acqua pulita, il futuro è previsto nerissimo. Se oggi per mancanza d’acqua si muore, in un futuro non troppo ipotetico per acqua si potrà uccidere, se le guerre di oggi sono per l’oro nero, quelle di domani saranno per l’oro blu. E forse non è solo una coincidenza che le prime morti per una “guerra per l’acqua” si siano verificate proprio in Bolivia, a Cochabamba, nel 2000, durante la repressione delle manifestazioni popolari insorte contro la privatizzazione dell’acqua potabile.
L’esperienza di quanto sta accadendo in Ecuador e Bolivia in queste settimane fornisce inoltre un altro spunto di riflessione: crisi dell’acqua e crisi energetica non possono essere affrontati separatamente. Di pari passo con l’aumento demografico la richiesta mondiale di entrambe le risorse sta aumentando e le due crisi sono convergenti.
Si usano enormi quantità di acqua per produrre energia: il consumo di acqua negli impianti di raffreddamento delle centrali termo elettriche (petrolio, carbone, gas naturale) e nucleari degli Stati Uniti è secondo solo all’uso in agricoltura. Bisogna poi considerare che le tecniche di estrazione del petrolio prevedono l’uso di fino a sette barili di acqua per barile di petrolio estratto. E i biocarburanti, che in molti considerano ancora un’alternativa al petrolio in via di estinzione, hanno vari impatti negativi sull’ambiente, fra i quali c’è anche il consumo di acqua. Per la loro produzione è richiesta una quantità d’acqua fino a venti volte maggiore rispetto alla produzione di benzina.
Allo stesso tempo si consumano grandi quantità di energia per fornire acqua potabile: le strategie per rispondere alla crescente richiesta d’acqua sono per ora limitate al trasporto di acqua pulita da dove abbonda a dove manca e alla purificazione in sito di acque non potabili. Entrambe le attività hanno elevati costi energetici. L’acquedotto della California, ad esempio, che trasporta l’acqua di disgelo dalle montagne alle città della costa è la principale voce negativa nel bilancio energetico dello Stato. Le tecnologie di desalinizzazione dell’acqua sono in perfezionamento ma ancora prevedono un consumo troppo elevato di energia elettrica. La quale, a sua volta, ancora proviene in maggior parte dal petrolio. Un circolo vizioso.
Una politica che affronta i due problemi come separati e indipendenti non può avere successo: rispondere alla maggiore richiesta di acqua attraverso la produzione di maggiori quantità di acqua potabile non è sostenibile a livello energetico; viceversa consumare ancora più acqua di quanto si stia già facendo per la produzione di energia lascerebbe a secco una popolazione mondiale che già oggi muore per mancanza d’acqua.
Di Marco Ferrari
Servizio Volontario Europeo presso ACRA
Linkografia
Energy versus Water: Solving Both Crises Together. Edizione speciale del Scientific America – Ottobre 2008
Bollettini agrometereologici dell’ Inamhi: mese di ottobre e prima decada di novembre
EL NIÑO/OSCILACION SUR DISCUSSIONE DIAGNOSTICA del 5 di Novembre 2009. Centro di Previsioni Climatiche del Servizio Meteorologico Nazionale degli U.S.A.
Articolo de “El mercurio” - “Sequía y baja de aporte de Colombia hunden a Ecuador en crisis energética”
Articolo de “Diariocrítico de Bolivia” - “Bolivia está en emergencia nacional debido a la sequía en seis departamentos”
You Tube - Video di Hugo Chávez sul risparmio di Acqua


