Il 22 marzo si celebra la Giornata Internazionale dell’Acqua. Qual è la sua riflessione sulla situazione italiana rispetto all’acqua come diritto e bene comune?
La gestione pubblica dell’acqua in Italia è stata minata dalla legge Galli, nel 1994, quando la creazione degli Ambiti Territoriali Ottimali ha aperto le porte ai privati. La situazione oggi è che almeno la metà delle ATO si sono trasformate in SpA gestite ‘in house’ dagli enti locali e l'altra metà è gestita da SPA partecipate dai privati e spesso quotate in borsa.
Con il recente decreto Ronchi, si punta a liquidare la gestione in house e così la privatizzazione del servizio idrico si fa completa e si estende su tutto il territorio italiano. È la prima legge in Europa che rende obbligatoria la gara e l’assegnazione di almeno il 40% del pacchetto azionario ad un attore privato, limitando al 30% la possibile partecipazione pubblica per aziende collocate in borsa. L’opinione condivisa, e confermata dall’Autorità Antitrust, è che la gestione si giocherà tra le quattro maggiori SPA a capitale misto già esistenti (Acea di Roma, Hera di Bologna, Iride di Genova e Torino, A2A di Milano e Brescia) dentro le quali troviamo le multinazionali francesi (Suez e Veolia).
Quali potranno essere le conseguenze per i cittadini e per le famiglie italiane?
Non c’è commentatore economico che non preveda un aumento delle tariffe di almeno il 40% e ci sarà sicuramente un peggioramento della qualità del servizio. Le conseguenze negative sono emerse chiaramente anche dalle vecchie esperienze di privatizzazione del settore idrico all’estero (Bolivia, Inghilterra, Francia) e in Italia (Latina, Toscana, Roma).
I gestori privati licenzieranno i lavoratori e i dirigenti, annulleranno l’esperienza di anni di gestione dell’acqua pubblica. Del resto, la qualità dell’acqua hanno tutto l’interesse a peggiorarla: da un lato risparmierebbero sulla manutenzione delle infrastrutture e dall’altro aumenterebbe la domanda di acqua in bottiglia, business gestito da altre multinazionali ( Nestlè, Coca Cola ecc ) più o meno in accordo con quelle che gestiscono i rubinetti di casa nostra.
Anche per opporci a questo assurdo, il Forum italiano dei movimenti dell'acqua ha indetto una manifestazione il 20 marzo a Roma. Un appuntamento importante per far sentire la nostra voce e difendere i diritti di tutti. Non solo quelli legati all’acqua, ma anche all’ambiente e alla partecipazione democratica. Contemporaneamente e in accordo parteciperemo alla manifestazione indetta da Libera a Milano contro la mafia.
Siamo a un punto di non ritorno?
L’iter parlamentare del decreto Ronchi è ormai ultimato. Adesso la discussione si sposta su altri due piani. Da una parte, alcune regioni italiane hanno impugnato la legge davanti alla Corte Costituzionale per incostituzionalità, in quanto la legge sottrae alle regioni la facoltà di legiferare sul loro territorio. Ma la sentenza attesa è ancora aperta ed è difficile, visto i precedenti, che vi sarà un parere positivo (ad esempio la Corte Costituzionale ha recentemente accettato il ricorso del Governo Prodi contro la Regione Lombardia che ha legiferato in materia di acqua pubblica non tenendo conto delle leggi nazionali vigenti, ndr)
L’altro piano è quello della mobilitazione e del referendum abrogativo: io credo che questa sia ormai l’unica strada per bloccare l’ingresso della logica del profitto nella gestione di un diritto fondamentale come l’acqua. Credo che questa sia l’ultima battaglia. Se non si vince questa battaglia il nostro movimento dovrà ripiegare sulla resistenza locale, comune per comune, o correrà il rischio di diventare un movimento di consumatori che si batte per contrastare un aumento delle tariffe dell’acqua senza la valenza di battaglia civile per il diritto all’acqua e alla vita.
Le chiedo ora un parere rispetto ad alcune affermazioni a cui ci è capitato spesso di dover ribattere. Una sorta di vero/falso per aiutare tutti noi a contrastare alcune convinzioni diffuse:
"I capitali privati e la logica efficienza/profitto sono l’unica soluzione possibile in una situazione di sfascio del servizio idrico pubblico" *
Falso. La realtà, senza ideologia o preconcetto, è che oggi le uniche gestioni virtuose che esistono in Italia si trovano dove non è stato dato spazio al privato (Amiacque, MM, ndr), questa è un’affermazione categorica e sfido chiunque a dimostrare il contrario. Dove le aziende che funzionavano bene si sono state aperte ai privati (Aceaed Hera, ndr), il servizio è peggiorato e le tariffe sono aumentate e le perdite in rete sono rimaste. Questo non lo dice Emilio Molinari, ma Mediobanca (La tariffa dal 1998 al 2008 è salita del 61% a fronte di un’inflazione del 22%, ndr).
Abbiamo non pochi esempi di scarsa efficienza, efficacia ed economia dell’azione privata nel servizio pubblico. Basti ragionare a cosa è diventata Telecom o sono diventate le FS da quando i servizi di gestione legati al trasporto pubblico sono stati privatizzati e spezzettati: dalla manutenzione delle strutture a quella dei treni e alla pulizia delle carrozze.
Io sono abbastanza vecchio da aver visto un altro tipo di capitalismo, forcaiolo e sfruttatore, certo, ma con un’etica aziendale. L’azienda era il vanto delle famiglie imprenditrici dai Borletti ai Falck ai Pirelli. Il capitalismo oggi è svuotato di ogni valore se non quello del gioco finanziario e dell’ostentazione di ricchezza. Dove si è annullata la proprietà, sminuzzata in scatole cinesi o liquidata su scala multinazionale, non resta che la mera mentalità del giocatore in borsa, una logica ragionieristica senza etica.
Considerate le ultime vicende giudiziarie italiane e la corruzione dilagante nella gestione della cosa pubblica - anche nel settore idrico, Amiacque è una società sana e ben gestita ma (sebbene mi auguri che la magistratura scagioni Butturini) - credo che l’ingresso dei privati in un settore che vale oggi 5 miliardi di euro all’anno e che è destinato a crescere vertiginosamente rischi di diventare preda del capitale criminale.
"Il basso costo dell’acqua è diseducativo e porta ad una scarsa considerazione dell’acqua potabile come bene comune limitato e prezioso" **
Falso. Prima di parlare di tariffe, è necessario che il diritto umano di dissetarsi e lavarsi venga garantito a tutti a carico dello Stato e della fiscalità generale. Quindi la questione è definire il diritto, qual è il minimo quantitativo che vogliamo che sia garantito in quanto diritto? Quanti litri d’acqua? Quanta istruzione? Quanta sanità? Quanto Esercito? Quanta magistratura? I limiti sono differenti, ma vanno definiti. Nel caso dell’acqua il minimo necessario per garantire la vita è stato quantificato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità in 50 litri al giorno per persona. Questo è il diritto e questo va tutelato. Sempre e comunque... e non si deve pagare.
Lo spreco va contrastato non facendolo pagare come se fosse un costo industriale, non secondo una logica di consumo/profitto, ma incentivando il risparmio, facendo pagare progressivamente ai consumi l’utilizzo dell’acqua oltre il minimo che ti è garantito per diritto, fino ad arrivare alla penalizzazione del consumo eccessivo.
Questa è una questione pubblica, è interesse di tutti risparmiare acqua ed è lo Stato che se ne deve occupare. Il privato non ha nessun interesse a farti consumare di meno, se si consuma meno i profitti diminuiscono e quindi aumentano le tariffe. È il principio opposto! Più risparmi più si alzano le tariffe. In Toscana dove una forte azione di educazione e sensibilizzazione ha portato ad una diminuzione del consumo idrico, il gestore ha mandato un comunicato in cui dichiarava che, visto il calo dei consumi, si vedeva costretto ad aumentare le tariffe.
"La privatizzazione dei servizi legati all’acqua non comporta aumenti sconsiderati poiché le tariffe del servizio sono ancorate all’andamento inflattivo e al recupero degli investimenti realizzati per migliorare l’efficienza e l’estensione del servizio"
Falso. La legge italiana assicura che la tariffa dei servizi pubblici ricomprenda non solo il recupero dei costi industriali, ma anche una percentuale minima di utili di esercizio del 7%. Questo è un caso unico al mondo di capitalismo dove il profitto è garantito senza rischio di impresa. Un imprenditore privato che agisce sul mercato senza rischio, è liberismo questo?
La gestione di un diritto non può essere legata al recupero dell’investimento o delle spese sostenute o addirittura garantendo il profitto. Si provi ad applicare questa logica alla scuola, sarebbe garantito il diritto all’educazione? E se lo applicassimo alle aule giudiziarie, ai tribunali, alla magistratura? Se applicassimo questo meccanismo alla sanità: la tariffa è fissata dal costo della prestazione, più i costi di gestione dell’ospedale, più il recupero degli investimenti, più il profitto per la società che gestisce l’ospedale. Ti sentiresti tranquillo in caso di malattia?
L’acqua è un diritto esattamente come l’educazione, la sanità e la giustizia. L’acqua non è una merce, l’acqua non è un servizio industriale... L’acqua è un diritto. Un diritto fondamentale. Tanto fondamentale che il diritto alla vita è sancito nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, e senza acqua non c’é diritto alla vita.
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In Italia il 30% dell’acqua potabile viene sprecato per l’inefficienza delle infrastrutture idriche, gli investimenti necessari per far fronte a questa situazione sono stimati in 63 miliardi di euro (dati Civicum/Mediobanca). L’investimento in infrastrutture del decennio 1996-2005 è stato di soli 700 milioni di euro (meno della metà del decennio precedente, dati Istat/Coviri).
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In Italia la spesa per l’acqua è tra più basse d’Europa: a Roma si spendono circa 200 euro per 200 metri cubi d’acqua potabile, a Berlino se ne spendono quasi 1000.
