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I miei #centomilapassi con ACRA, ma non solo!

centomilapassi alessandro accalai

Quando Alessandro si mette in testa una cosa, la fa. Questo l'ho capito appena l'ho conosciuto. Aveva deciso di correre per una buona causa: portare acqua a migliaia di persone in Senegal. E aveva deciso di farlo con noi di ACRA. Perché Alessandro è un maratoneta pigro, ma testardo, e per darsi una mossa ha deciso di sfidarsi e correre per raccogliere fondi.

E così ha fatto. Ha corso per raccogliere fondi e aiutarci a portare acqua in Senegal. E poi non si è fermato, ha corso anche per altre buone cause. Tante sfide. Tante corse. Tanti fondi raccolti.

Chi corre sa cosa vuol dire preparare una maratona. Chi gestisce un progetto sa cosa vuol dire raccogliere fondi. Tanta fatica, tanto impegno, ma anche tante gioie e soddisfazioni...

A distanza di tre anni, ecco il "Punto. A capo." di Alessandro Accalai (www.alessandroaccalai.it):

"Tutto è iniziato tre anni fa. Anche se riguardo al giorno esattamente non vi saprei dire.

Tutto è iniziato che l’estate era più o meno finita. Io da tempo avevo deciso che in quell’autunno oramai alle porte avrei iniziato a preparare la mia prima maratona. Da correre in primavera in qualche capitale europea.

Tutto è iniziato una sera di fine settembre. Una sera che forse però era già notte inoltrata. Una sera che iniziavo a costruire la tabella di allenamento. Che per un runner pigro come me sarebbero serviti almeno cinque mesi di asfalto e di sudore, di ripetute e di alimentazione controllata, di solo una Marlboro ogni tanto ma se è niente pure meglio. Mesi di dolori in ogni dove e di levatacce con ogni meteo. Mesi di week end rubati all’ozio, al sonno ristoratore e alla lettura di qualche buon libro.

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acqua

"Tutto è iniziato quella sera - esattamente quella sera - in cui mi domandai se da tutta quella fatica che mi attendeva nei mesi a venire avessi potuto tirar fuori qualcos’altro. Qualcosa in più - intendo - di una medaglia da finisher e di una abbondante dose di autostima."

Chiedendomi in poche parole se c’era un modo per trasformare tutta quella fatica in energia da impiegare altrove. Che la fatica non deve andare mai sprecata. Chiedendomi se c’era un modo insomma per tirar fuori qualcosa di buono dai centomila passi che mi sarebbero serviti per completare quella dannata maratona.

Qualcosa di buono, qualcosa di più.

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Poi la storia la conoscete. Quei centomila passi sono diventati #centomilapassi. Sono diventati una sfida a tratti sì virtuale - perché nel web e nei social network questa sfida ha trovato forza ed ispirazione - ma pur sempre da vincere consumando scarpette e sopportando il dolore di quei fastidiosi capezzoli sanguinanti dopo un lungo di trenta chilometri.

Raccogliere un centesimo di euro per ogni passo. Questa diventò la sfida. E con quei pochi soldini un passo alla volta sognare di costruire qualcosa che poteva donare un sorriso a qualcuno in qualche altra parte del mondo.

Gli amici di ACRA li ho incontrati così. Che loro costruivano reti idriche per portare acqua pulita dove l’acqua non c’era mai stata. E se c’era non era acqua pulita ma qualcosa di piu simile al fango. E se c’era i bambini ci morivano di diarrea e di malattie che da noi - noi che siamo nati invece in questa parte del mondo intendo - non sono neanche più malattie ma semplici disturbi. Che l’acqua è Vita. E senza acqua pulita non si vive. Si muore.

Così è arrivata l’idea di una pagina per raccogliere donazioni online (andate a leggerli tutti quei messaggi che sono stati scritti in tre anni su quella pagina e capirete che in questa parte del mondo comunque il cuore delle persone è davvero immenso, altro che storie…).

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E poi l’idea di quella prima maglia, quella della scritta con l’omino in giacca e cravatta e con le scarpe da running ai piedi. Quella della Corrincentro a Sassari e della mezza a Platamona, delle salite folli di Roccadoria o di Pattada.

Poi il gran giorno arriva. Il 22 maggio del 2011 a Edimburgo è una giornata di freddo e di pioggia e di sole a tratti. E di 38 di febbre. Che avevo la febbre quella mattina. Sì, proprio la mattina della maratona, proprio quella mattina. Ma dopo tutti quei mesi di fatica non poteva bastare un po’ di febbre. No. Non poteva bastare. Quando il giudice ha dato il via alla gara sparando in aria io c’ero. Imbottito di tachipirina ma c’ero.

Nel frattempo intanto c’era anche il mio blog, quello che raccontava della sfida e del progetto, e di quella regione nel sud del Senegal che si chiama Casamance. Che era in due villaggi del Casamance che stavano costruendo queste reti idriche i miei amici di ACRA. Reti idriche che anche io cercavo di contribuire a realizzare. Passo dopo passo,  donazione dopo donazione.

Dopo quella di Edimburgo è stata poi la volta della finish line dei Fori Imperiali a Roma nel 2012 e di Piazza San Carlo a Torino nel 2013. E tra una maratona e l’altra decine di piccole gare, un centesimo per ogni passo, un passo alla volta.

E rientravo proprio da Torino quella notte di novembre. Quella notte che la mia Isola di Sardegna veniva spazzata dalla furia dell’acqua. Acqua che stavolta non portava vita ma soltanto morte e distruzione.

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Un mese dopo insieme a centinaia di runners di tutte le età correvo a Sassari i #centomilapassi proSardigna. Una maratona in staffetta che come testimone aveva una bandiera dei quattro mori. Non una bandiera dei quattro mori qualunque. Ma la stessa che con me aveva sfidato per tre volte la distanza dei 42 km. Quella mattina a Sassari abbiamo raccolto quanto serviva per acquistare lavatrici e cucine a gas. E frigoriferi e televisori e stufe. Abbiamo iniziato a ricostruire l’isola, portando un sorriso in qualche famiglia a cui la furia dell’acqua aveva invece portato la disperazione.

Poi c’era Twitter. E su Twitter - ma sapete anche questo - nasceva un giorno un sogno ancora più grande chiamato ForKidsForLife. Ma di ForKidsForLife nei prossimi giorni vi devo raccontare tanto. Ci sono idee e persone e progetti ed un futuro straricco di cose da fare.

Se li metto tutti in sequenza non riesco a contare i frammenti di questa stupenda esperienza.

Di quella volta che ho raccontato di quanto sia preziosa l’acqua a centinaia di bambini in una scuola elementare.

Di quella volta che ho lanciato e vinto la sfida dei centominuti.  

Di quella volta che un amico speciale ha indossato la tshirt dei centomilapassi al mio posto in una fredda giornata di fine primavera.

Di quella volta a Torpè.

Di quella volta alla Milano City Marathon con gli Ambasciatori.

Di quella volta alla Maratona di Torino.

Delle lacrime di Roma.

Di quella volta dei crampi.

Di quella volta a Chia.

Di quella volta a Londra.

Della fatica di Edimburgo.

Di quel pranzo a Pistoia.

Dei bambini di Fukushima ospiti in Sardegna.

Di quella volta che ha fatto da relatore in un convegno sulla cooperazione internazionale. 

Delle interviste sui giornali.

Di Piazza d’Italia colorata con centinaia di magliette disegnate da me.

Di tutte le volte che ho pianto leggendo i messaggi di chi faceva una donazione per sostenere il progetto.

Di chi mi ha costruito il sito.

Di chi mi ha regalato del tempo.

Di quando l’asfalto era bollente.

Di chi ha donato in maniera anonima.

Della mia squadra di running. Tutti. Uno per uno.

Di quei  cinque Amici che con me hanno costruito la sfida proSardigna due giorni dopo l’alluvione.

Di chi ha disegnato il logo con cura maniacale.

Di chi è venuto con me a consegnare ogni lavatrice, ogni frigorifero, ogni televisore, ogni pentola, ogni sorriso.

Della mia bandiera dei quattro mori che passa di mano in mano nello stadio dell’atletica della mia città.

Di chi mi ha permesso di correre tenendo sotto controllo le mie tabelle.

Degli amici senegalesi che mi fermavano per strada e mi regalavano qualcosa. Che dicevano che io ero loro amico.

Di quella volta che ho avuto l’onore di correre con il pettorale numero uno.

Di chi si è preso cura delle mie gambe e del mio cuore ed ha permesso che questo piccolo sogno venisse realizzato.

La sfida dei centomilapassi finisce qui.

Io ho corso. Voi mi avete sostenuto. Insieme abbiamo vinto.

E adesso punto.

A capo."

 

A noi non resta che dire grazie, "Grazie Ale!"

Ma grazie davvero. Per il sostegno economico ai nostri progetti, per il tempo che ci hai dedicato, per la passione che ci hai trasmesso, per gli amici che hai coinvolto. E grazie anche per le chiacchiere, i consigli sulla corsa, le birre bevute insieme di corsa tra un viaggio e l'altro.

Grazie per le prossime sfide insieme. E grazie per l'esempio che ci hai dato: perché anche noi che lavoriamo tutti i giorni in una non profit, a volte ci dimentichiamo di quanto sia bello dare una mano alle persone.

Matteo Ippolito - Fondazione ACRA


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