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Appunti di viaggio: reportage "in diretta" dal Ciad

cover mastoIl giornalista Raffaele Masto e il fotografo Francesco Merlini in Ciad con ACRA, per raccontare le sfide e le criticità di uno dei paesi più poveri al mondo.

Un reportage giornalistico a quattro mani per documentare nuove strategie di sviluppo tra profughi di guerra e insicurezza alimentare.

 

 

 

Chi è Raffaele Masto


Dal 1989 lavora a Radio Popolare/Popolare Network di Milano dove è stato responsabile della redazione esteri (1990-1995). Ha curato diversi saggi di politica internazionale tra i quali: l’Informazione Deviata, Quel che Resta del Mondo, Debito da Morire, New Global. Ha seguito da inviato le principali crisi e i conflitti del continente africano: la caduta del regime di Menghistu in Etiopia; la nascita dell’Eritrea indipendente; la guerra civile in Somalia e la missione Restore Hope; il genocidio in Ruanda; la caduta del dittatore Mobutu in Congo.

 

In seguito è stato inviato nei teatri delle crisi africane degli anni duemila: la guerra civile in Sudan; il conflitto in Darfur e la crisi umanitaria; le tensioni in Ciad e i ripetuti attacchi guerriglieri alla capitale Ndjamena; la guerra civile in Nord Uganda; la guerra dei diamanti in Angola. I suoi libri, tutti tradotti in diverse lingue, sono: In Africa (2003), L’Africa del Tesoro (2007), Io, Safiya (2004), Libera (2005), La Scelta di Said (2008), Buongiorno Africa. Tra capitali cinesi e nuova società civile (2011).

 

www.buongiornoafrica.it

 

Chi è Francesco Merlini


Nato ad Aosta nel 1986, Francesco Merlini si laurea al Politecnico di Milano. Dopo varie collaborazioni con i più importanti media nazionali (L’Espresso, Internazionale, Gioia, Anna, Rolling Stone, D La Repubblica, Le Monde, Tageszeitung, Wired) è oggi impegnato in progetti personali e collaborazioni editoriali.

 

Dopo la pubblicazione dei suoi lavori in MONO, con i grandi della fotografia mondiale - Roger Ballen, Daido Moryiama, Anders Petersen and Antoine D’agata - è citato da TIME Lightbox tra i più interessanti fotografi “in bianco e nero”. Attualmente rappresentato dall’agenzia Prospekt, vive a Milano.

 

www.francescomerlini.com


LA DIRETTA DAL CIAD CON RAFFAELE MASTO

15 maggio 2015

Ndjamena si annuncia ben prima di palesarsi. Già qualche decina di chilometri prima della città si capisce che si è vicini. O meglio, che ci si è lasciati alle spalle quel territorio desertico che arriva fino all'estremità orientale del Tchad, fino al confine con il Darfur, remota e insanguinata regione sudanese.

Ndjamena annuncia la sua presenza con un traffico più sostenuto, con i primi sobborghi di case basse fino a che la città non si stende davanti al parabrezza dell'auto.

Ndjamena, più di altre capitali africane, sembra proprio essere il condensato di un intero paese. Si ha la sensazione che proprio qui si concentrino le contraddizioni, i problemi e i contrasti del Tchad.

Innanzi tutto l'acqua. La capitale del Tchad è attraversata dal fiume Logone che poco prima di arrivare a Ndjamena si congiunge con l'altro grande fiume di questa regione, il Chari. Entrambi poi proseguono per circa 200 chilometri verso nord, fino a gettarsi nel lago Tchad.

Un problema enorme quello del lago che un tempo serviva ben quattro paesi – il Tchad, naturalmente, il Niger, il Camerun e la Nigeria – e che oggi è poco più che una pozzanghera. Copriva un area di 25 mila chilometri quadrati fino a venti anni fa e ora è dieci volte più piccolo, solo 2500 chilometro quadrati.
Che l'acqua da queste parti sia preziosa lo si vede anche nei comportamenti della popolazione. Nel letto parzialmente asciutto del Logone-Chari la gente ha realizzato, in questa stagione secca, una teoria di orti e appezzamenti coltivati. Tra poco arriveranno le piogge e tutto verrà spazzato via, ma intanto quegli orti avranno dato preziosa verdura e frutta.

E che l'acqua è preziosa lo si vede anche da come la gente fa le abluzioni prima delle canoniche cinque preghiere musulmane. Quando il muezzin sparge nell'aria il suo richiamo, nei negozietti, nelle bancarelle sui cigli della strada, nelle abitazioni i fedeli tirano fuori un piccolo recipiente, grande quanto una teiera da thè per quattro persone. Bene, con quella poca acqua si lavano mani, piedi, viso e si apprestano, puliti e purificati, per la preghiera, come avessero fatto una doccia rinfrescante.

E' il miracolo dell'acqua che qui, ogni giorno, si rinnova.

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12 maggio 2015

Si chiama Zama ed è un villaggio di poche centinaia di abitanti. Per arrivarvi si deve uscire dalla strada principale, una grossa arteria che taglia a metà il paese e collega l'estremo occidente, Ndjamena, e l'estremo oriente, Abeche. All'altezza di Mongo si taglia verso l'interno e con il fuoristrada si scavalcano una serie di dossi e il letto prosciugato di un torrente all'interno del quale un gruppo di ragazzi ha scavato una profonda buca alla ricerca di acqua. Mentre loro lavorano, alcune donne attendono con le taniche colorate che la preziosa acqua faccia la sua comparsa. masto ciad 06

Qui l'acqua è il principale problema. È' la stagione secca, fa un caldo torrido e uomini e territorio sono assetati. Tra poco la stagione delle piogge riverserà grandi quantità di acqua che però passeranno su questa terra in un periodo troppo breve e con troppa irruenza per produrre i benefici sperati.  Così la popolazione di questo piccolo villaggio si è data da fare.

Ha fatto una serie di dighe artigianali, barrage si chiamano qui, con pietre e massi in modo da rallentare il corso impetuoso dell'acqua che precipita, letteralmente, dalle montagne che si vedono all'orizzonte e in modo da rallentare anche il fenomeno di erosione del territorio. Un lavoro enorme, faticoso, sotto un sole impietoso. Ma anche un lavoro di grande perizia, quasi di ingegneria.

Chi dice che in Africa si lavora troppo lentamente, che la popolazione non ha l'industriosità necessaria per fare fronte alla natura, che non c'è il dinamismo che ha permesso all'occidente di svilupparsi non ha visto la determinazione di questo villaggio e la capacità cooperativa con la quale affrontano un clima che fiaccherebbe in modo devastante le efficienti popolazioni europee.  Da dove arrivano questa determinazione e questa volontà?

masto ciad 07Ancora una volta dalla necessità di poter usufruire dei prodotti della terra. Il villaggio di Zama e la sua gente aderiscono al progetto della Banca dei cereali con la quale possono fare fronte all'alternanza di stagioni produttive e meno produttive. Ma per poter mettere in sicurezza qualche sacco di sorgo e' necessario che la produzione sia adeguata.

Ecco allora che trattenere l'acqua sulla terra diventa essenziale. E i barrage, queste dighe, sono un tentativo di trattenere l'acqua e aumentare la produzione che significa, in altre parole, mettere in sicurezza dal punto di vista alimentare il villaggio. Ecco come vanno le cose. Ancora una volta terra, acqua e uomo costituiscono gli elementi essenziali per lo sviluppo umano.

Qui a Zama la gente lo ha capito e ha interpretato la geniale idea delle banche dei cereali come un’ opportunità da non perdere.

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11 maggio 2015

Da Ndjamena a Mongo sono circa 650 chilometri. La strada è tutta asfaltata e taglia praticamente a metà il Tchad seguendo un percorso da ovest ad est. A Ndjamena ci si lascia dietro un traffico caotico ed è quasi piacevole imboccare la strada che fende una savana secca e che in circa sette ore ci porterà a Mongo.

Ben presto si incontrano i primi dromedari che brucano arbusti e rami sotto gli alberi bassi che punteggiano il territorio, greggi di zebù che cercano di approfittare della poca ombra e carpette che vanno in cerca di qualche raro ciuffo di erba.

masto ciad 01

Inevitabile pensare che questo non è un territorio facile per l'agricoltura è nemmeno per l'allevamento. Eppure in secoli di convivenza tra nomadi allevatori e agricoltori stanziali si è creato un formidabile equilibrio che miracolosamente ha dato da mangiare a tutti. Gli allevatori possiedono le proteine della carne e del latte dei loro animali e, nelle loro incursioni a sud, lo scambiano con i carboidrati degli agricoltori che coltivano miglio e sorgo.

Un equilibrio perfetto, ma fragile. Basta poco per mandare in frantumi un sistema come questo...basta un po' di tensione sociale, o politica, oppure un conflitto sull'uso della terra, oppure, ancora, il cambiamento climatico o una stagione venuta male, una siccità improvvisa e il dramma è alle porte per centinaia di migliaia di persone.

masto ciad 03È per questo che ho voluto venire a Mongo, perché in questa città piccola e abbastanza remota si sta conducendo un esperimento interessante, un esperimento che è ormai una pratica quasi consolidata e che riesce a stabilizzare e rendere costante la quantità di cereali immessi sul mercato. In sostanza una specie di Banca dei Cereali nella quale i contadini depositano le loro sementi e quando ce ne è bisogno li ritirano con un certo interesse, come nelle banche, appunto. I contadini possono depositare quando ne hanno in sovrappiù e ritirare quando ne hanno bisogno.

L'uovo di Colombo! verrebbe da dire. E in effetti perché non averci pensato prima. Per una volta le banche non creano crisi, non fanno speculazione, non arricchiscono pochi fortunati ma danno da mangiare a tutti, rendono il mercato più umano e rendono gli uomini più liberi. Si, perché la sicurezza alimentare e' libertà. Che altro è riuscire a mandare i bambini a scuola senza l'assillo di sapere come andrà il raccolto e se ci saranno soldi a sufficienza per libri, retta, penne e quaderni? E che altro è sapere che un problema sanitario può essere affrontato anche se i campi non hanno dato profitti a sufficienza?

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I responsabili di ACRA che in questi giorni mi mostreranno nel concreto questo progetto me lo hanno illustrato per sommi capi, per ora. Ma se mi guardo in giro questo territorio mi sembra già meno arido e i piccoli villaggi che lo punteggiano un po' più felici.

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8 maggio 2015

L’acqua, la terra, l’uomo. La frontiera tra Tchad e Centrafrica, due tra i paesi più poveri dell’intero pianeta, è uno dei luoghi del mondo dal quale si comprende meglio come questi tre elementi sono legati e quanto, i primi due, sono determinanti per l’uomo. In Centrafrica c’è la guerra, una guerra incomprensibile che probabilmente nasconde interessi inconfessabili di gruppi di potere e di lobby economiche che si mantengono nell’ombra, e decine di migliaia di civili sono stati costretti a fuggire, a lasciare le loro case per mettersi al sicuro oltre la frontiera più vicina. E così il Tchad, paese che è circondato da guerre e crisi, ha dovuto ospitare questi fuggiaschi.

Decine di migliaia che vanno a gravare sulla vita di altri civili, poveri come loro, che abitano i territori vicino alle frontiere. Così l’acqua potabile e la terra diventano risorse scarse, risorse per le quali l’uomo può farsi la guerra, può scatenare conflitti che lasciano il segno e che catalizzano ancora una volta interessi incoffessabili. Un circolo vizioso, una spirale maligna che lascia dietro di se una scia di sofferenze. Percorrendo queste strade salta all’occhio un particolare: molti alberi sono segnati con una croce rossa. A farla sono stati gli uomini dei ministeri del Tchad per proteggere questo territorio da un disboscamento selvaggio che lo renderebbe arido e spoglio.

masto ciad 04

Ma in questo dipartimento del Tchad, si chiama Gorè, la popolazione è praticamente raddoppiata in meno di dieci anni e continua ad aumentare. Si tratta, appunto, dei fuggiaschi della guerra in Centrafrica che sono poveri, che lasciano tutti i loro averi pur di salvarsi la vita, la loro e quella dei loro figli.

Sono talmente poveri che l’unica forma di energia alla quale possono attingere è quella che si ricava dalla legna che serve per cucinare, per scaldare l’acqua essenzialmente. Così in dieci anni la popolazione è enormemente aumentata e gli alberi enormemente diminuiti. E la terra è sempre più povera. Ecco allora che l’uomo non può lasciare che questo circolo vizioso si continui ad alimentare all’infinito. Significherebbe uccidere questa terra e significherebbe uccidere se stesso.

La causa scatenante di tutto questo è la guerra, ovviamente. Ma dire la guerra è troppo generico, bisognerebbe individuare chi c’è dietro e da quali impulsi umani è scatenata. Per fermare un processo bisogna ovviamente individuarne la causa. Ma bisogna anche mettere in pratica sistemi di vita e di relazioni che implementino le relazioni umani, che inneschino meccanismi di solidarietà invece che avidità. L’ho capito con una immagine che ho visto oggi. In uno di questi campi di rifugiati che ospita ben ventimila persone fuggite dalla guerra ho visto una scuola costruita da una grande agenzia umanitaria delle Nazioni Unite e al suo interno dei piccoli appezzamenti di terra coltivati ad orto.

il reportage di Raffaele Masto e Francesco Merlini in Ciad con ACRA

Dei volontari di ACRA mi hanno spiegato che quei piccoli rettangoli di terra coltivata, coperti di una tenera insalata molto comune nella dieta di queste popolazioni, servono per educare i bambini al rispetto della terra e dei suoi prodotti. Con questi appezzamenti di terra coltivata i bambini imparano la geometria –base per altezza è l’area del rettangolo - e imparano quante strisce di semi stanno in quell’area. E dopo questi calcoli e queste lezioni vedono il miracolo: la terra che, generosa, offre i suoi prodotti.

Ecco, è con queste pratiche, con queste lezioni che si combatte la guerra e si protegge la terra.

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...Continua...


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